Scrive Tomas Tranströmer, Nobel per la Letteratura nel 2011, in un libro dai toni autobiografici: “La mia vita. Quando penso a queste parole mi vedo davanti una scia di luce. Guardando più da vicino, la scia di luce ha la forma di una cometa, con una testa e una coda. L’estremità più luminosa, la testa, è l’infanzia e l’adolescenza. Il nucleo, la parte più densa, sono quei primissimi anni in cui vengono definiti i tratti fondamentali della nostra esistenza. Cerco di ricordare cerco di arrivare fino a là. Ma è difficile muoversi in quelle regioni compatte, è pericoloso, mi dà come la sensazione di avvicinarmi alla morte. Poi la cometa si dirada – è la parte più lunga, la coda. Diventa man mano più rarefatta ma anche più ampia.” (T. Tranströmer, “I ricordi mi guardano”, IPERBOREA Ed.)

A questa ‘ampiezza’ più eterea, impalpabile, rarefatta rimandano anche i lavori di Annalisa Di Meo. Una ricerca, la sua, che parte dalla natura indagandone, però, la meraviglia dei dettagli trascurati e trasformandone l’essenza in una riflessione esistenziale ben coniugata con una cifra estetica capace di regalare bellezza e leggerezza alla materia di cui ragiona. Ed è di essenza, appunto, che ragionano queste opere rimandando all’unicità della singola foglia, della singola ala d’insetto, allorché il paziente lavorio della vita ne ha ridefinito la forma e la sostanza. Quella stessa vita che, come certi artisti, opera per sottrazione e di cui Annalisa Di Meo, lungi dall’osservarne il risultato come uno scarto sulla via della dissolvenza, ne cattura l’essenziale, ovvero ciò che rimane al netto delle prove, delle perdite, delle avventure, dei successi e delle delusioni, delle gioie e dei dolori, delle battaglie vinte e delle molte sconfitte. È questa, paradossalmente, la struttura resistente, l’anima solida rimodellata e ridefinita dal vento, dal sole, dal tempo, privata di ogni orpello; come, ad esempio, quel verde brillante che ogni foglia sfoggiava sull’albero insieme alle sorelle, e che da lontano talmente uguali le faceva apparire da non distinguerle, finendo indicate semplicemente come ‘le foglie del tale’ o talaltro, se non, addirittura, genericamente ‘la chioma’. Non è più così ora, quando di ognuna di esse sono chiari e ben delineati il carattere, la ‘materia’ (o meglio la stoffa) di cui son fatte e la storia che le ha attraversate.

Tema attuale e spinoso da affrontare quello del trascorrere del tempo e dei suoi effetti in una società come quella contemporanea che nega dignità e valore alla vecchiaia, che finge che la morte non esista, che guarda a se stessa come figlia di un’era tecnologica e scientifica che ci renderà tutti perfetti ed immortali e in cui la giovinezza è un must, oltre che un valore – talvolta ahimè l’unico – da perseguire e conservare ad ogni costo. Argomento ancor più attuale se poi mi trovo a scriverne al termine di un anno in cui tutte queste certezze hanno a dir poco vacillato.

Il lavoro di Annalisa Di Meo ci restituisce lo sguardo poetico sul mondo, sottrae il tempo della nostra vita alla velocità con cui consumiamo ogni esperienza (prima che fosse il COVID a imporcelo), ci consegna la chiave per tornare a godere della bellezza dell’ovvio e, soprattutto, riporta la riflessione sull’avvicendarsi dei fenomeni e dei processi naturali – nascita, crescita, morte – indissolubilmente legata al mistero dell’esistenza che tanto ci disorienta.

L’artista usa l’arte come una lente di ingrandimento, e spago, lino, fibre e stoffe per allestire il suo personale piccolo museo di storia naturale: con metodo quasi scientifico, come un moderno Linneo, scopre, raccoglie, esamina ma in più, con pratica artistica, elabora e ci restituisce non cassette per insetti o erbari bensì opere d’arte. Perché quello che ci appare come la riproduzione macro di un dettaglio di una foglia o di un’ala è – direbbero in altri tempi – mirabile artificio, un lavoro a cui l’arte consente di custodire la traccia – le tracce – dell’infinitamente piccolo e – idealmente, per estensione – dell’intero universo, passato, presente e futuro con i suoi segreti e le sue domande aperte.

Di quelle tracce, che sono anche le nostre, possiamo far tesoro per dar forma a pensieri, emozioni, riflessioni. Oppure possiamo dimenticarcene, lasciarle scivolare in qualche angolo della nostra memoria. Poiché lì, in ogni caso, le ritroveremo “come – per citare nuovamente il nostro Tranströmer – se aspettassero il loro momento”.

di Barbara Pavan

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